L'Europa sta tassando il futuro? Mentre l'intelligenza artificiale rivoluziona il mondo, noi discutiamo come tassarla.
Nel pieno della rivoluzione dell’intelligenza artificiale, mentre Stati Uniti e Asia competono per attrarre capitali, imprese e innovazione, in Europa si continua a discutere di nuove forme di tassazione. Ma quale messaggio stiamo inviando agli imprenditori e agli investitori internazionali?
JURIS Editorial
Dalla Francia arriva un nuovo segnale
Il 30 ottobre 2026, l’Assemblea Nazionale francese ha approvato, con 11 voti favorevoli e 10 contrari, un emendamento che propone l’introduzione di una nuova tassa sul traffico internet generato dai fornitori di contenuti digitali.
La proposta prevede un prelievo di 0,055 euro per gigabyte di dati distribuiti, con un gettito potenziale stimato dai promotori in circa 10 miliardi di euro all’anno.
L’emendamento prevede anche limiti all’imposta collegati al fatturato delle imprese interessate.
La misura non è ancora legge e il governo francese si è espresso contro la sua introduzione.
Tuttavia, il principio alla base della proposta merita una riflessione.
Non stiamo più parlando soltanto di tassare gli utili di un’impresa. Stiamo considerando di tassare direttamente il volume della sua attività digitale.
Un’azienda potrebbe quindi essere soggetta a un prelievo anche senza aver generato profitti.
Grandi piattaforme come Google, Meta e Netflix rappresentano esempi di operatori potenzialmente interessati da questo tipo di imposizione.
Ma sarebbe ingenuo pensare che le conseguenze economiche si fermerebbero necessariamente alle multinazionali americane.
Quando aumenta il costo di distribuire contenuti o fornire servizi digitali, una parte di quel costo può essere trasferita agli utenti finali.
E a pagare potrebbero essere anche consumatori, piccole imprese e professionisti europei.
La Francia non è un caso isolato nel dibattito europeo sulla tassazione.
Anche in Italia, nell’ambito della manovra di bilancio per il 2027, è emersa una proposta di exit tax sulle plusvalenze finanziarie, comprese quelle non ancora realizzate, per determinate persone fisiche che trasferiscono la propria residenza fiscale all’estero.
Secondo i termini della proposta riportati nel dibattito parlamentare, la misura riguarderebbe contribuenti con un portafoglio finanziario di almeno 800.000 euro, fiscalmente residenti in Italia per almeno sei degli ultimi dieci anni, con un’aliquota del 26% sulle plusvalenze interessate.
Non si tratterebbe quindi di una tassa del 26% sull’intero patrimonio, ma di un’imposizione sui guadagni maturati, anche se non ancora realizzati.
La misura è ancora una proposta legislativa e il suo contenuto potrebbe cambiare durante l’iter parlamentare.
Anche in questo caso, però, il problema che desidero evidenziare non riguarda soltanto la probabilità che la norma entri effettivamente in vigore.
Riguarda il messaggio che viene trasmesso agli investitori.
Da una parte, i governi europei dichiarano di voler attrarre investimenti, imprenditori, talenti e capitali internazionali.
Dall’altra, continuano a discutere nuove forme di imposizione sulla ricchezza finanziaria, sugli investimenti e sulle attività economiche.
Questa apparente contraddizione merita attenzione.
Un imprenditore internazionale non valuta un Paese esclusivamente sulla base dell’aliquota fiscale attuale.
Valuta anche la prevedibilità del sistema, la stabilità normativa, la certezza del diritto e il rischio che le regole cambino dopo aver investito.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, l’Europa rischia di perdere competitività.
Stiamo vivendo una delle più grandi rivoluzioni tecnologiche della storia
L’intelligenza artificiale sta trasformando il modo in cui lavoriamo, produciamo, comunichiamo e creiamo valore.
Nuove aziende stanno nascendo, interi settori stanno cambiando e gli investimenti nelle infrastrutture digitali stanno diventando strategici.
È una trasformazione che potrebbe rappresentare per l’Europa un’occasione straordinaria per recuperare competitività.
Dovremmo chiederci come attrarre i migliori imprenditori, come facilitare la nascita di nuove imprese tecnologiche, come incoraggiare gli investimenti privati e come ridurre gli ostacoli alla crescita.
Invece, troppo spesso, il dibattito politico sembra concentrarsi su una domanda diversa: quali nuove attività possiamo tassare?
Naturalmente, gli Stati devono finanziare infrastrutture e servizi pubblici. E le grandi multinazionali devono contribuire in maniera equa.
Ma esiste una differenza sostanziale tra costruire un sistema fiscale equilibrato e introdurre nuovi costi proprio nei settori nei quali l’Europa dovrebbe cercare di diventare più competitiva.
La questione non è sostenere che ogni nuova imposta sia necessariamente sbagliata.
La questione è comprendere se i benefici attesi da queste misure siano superiori ai possibili costi economici, soprattutto in termini di investimenti, innovazione e crescita.
Il rischio non è soltanto perdere aziende, ma perdere opportunità future
Il capitale oggi è sempre più mobile.
Un imprenditore può scegliere dove costituire una società, dove sviluppare un progetto, dove assumere personale e dove investire.
Non tutte le imprese possono trasferirsi facilmente e non tutte le decisioni dipendono dalle imposte. Ma per molte attività tecnologiche e per numerosi investitori internazionali, la possibilità di scegliere tra diverse giurisdizioni è concreta.
Se l’Europa diventa progressivamente più complessa, costosa e imprevedibile, una parte degli investimenti potrebbe essere indirizzata altrove.
E questo avrebbe conseguenze che vanno ben oltre il gettito fiscale.
Meno investimenti possono significare meno posti di lavoro qualificati, meno innovazione, minore crescita e, nel lungo periodo, una base imponibile più debole.
Il paradosso è evidente: nel tentativo di raccogliere maggiori entrate oggi, rischiamo di compromettere parte della ricchezza che potremmo generare domani.
E non bisogna dimenticare un altro aspetto.
Le imprese non operano in isolamento. I loro costi si riflettono sull’intera economia.
Quando un’impresa deve sostenere nuovi oneri, può decidere di ridurre i margini, aumentare i prezzi, limitare gli investimenti oppure rivedere i propri piani di espansione.
Questo significa che una tassa formalmente rivolta alle aziende può produrre conseguenze anche sui consumatori, sui lavoratori e sulle imprese che utilizzano i loro servizi.
L’Europa può davvero permettersi di perdere terreno nella corsa all’intelligenza artificiale?
Gli Stati Uniti dispongono di un ecosistema tecnologico sostenuto da grandi investimenti privati, mercati dei capitali profondi e alcune delle principali aziende mondiali dell’intelligenza artificiale.
Anche diversi Paesi asiatici stanno investendo significativamente nello sviluppo di tecnologie avanzate, infrastrutture digitali e capacità produttive.
L’Europa possiede università di eccellenza, ricercatori altamente qualificati, competenze industriali e un mercato di centinaia di milioni di consumatori.
Le potenzialità non mancano.
Ma per trasformarle in crescita economica servono condizioni favorevoli agli investimenti, accesso ai capitali, stabilità normativa e un ambiente nel quale le imprese possano crescere senza essere penalizzate da costi e complessità eccessivi.
La regolamentazione e la fiscalità hanno certamente un ruolo importante.
Ma dovrebbero essere progettate tenendo conto della competizione internazionale.
Non possiamo pretendere di diventare leader nell’intelligenza artificiale se, contemporaneamente, rendiamo sempre più difficile o costoso sviluppare attività tecnologiche sul nostro territorio.
E non possiamo ignorare che, quando un’azienda decide di investire altrove, non perdiamo soltanto un potenziale contribuente.
Possiamo perdere competenze, posti di lavoro, ricerca e opportunità per le generazioni future.
Il problema non è soltanto fiscale, ma strategico
La Francia propone di tassare il traffico digitale. L’Italia discute una nuova exit tax sulle plusvalenze finanziarie.
Si tratta di due strumenti profondamente diversi, con obiettivi e destinatari differenti.
Non sarebbe corretto considerarli parte di un’unica politica fiscale europea.
Tuttavia, entrambi offrono l’occasione per riflettere sul rapporto tra tassazione, mobilità dei capitali e competitività internazionale.
Dal mio punto di vista, maturato lavorando nel settore della mobilità internazionale, delle residenze e delle cittadinanze per investimento, c’è un elemento che spesso viene sottovalutato.
Gli imprenditori e gli investitori non guardano soltanto al singolo incentivo fiscale o al singolo programma offerto da un Paese.
Guardano alla direzione politica ed economica che quel Paese sta prendendo.
Una giurisdizione può offrire condizioni fiscali interessanti oggi, ma se il contesto normativo appare instabile o imprevedibile, il suo vantaggio competitivo può ridursi rapidamente.
E questo vale tanto per chi sta valutando un trasferimento personale quanto per chi deve decidere dove investire milioni di euro in una nuova attività.
La fiducia degli investitori si costruisce nel tempo, ma può deteriorarsi molto più velocemente.
Quale Europa vogliamo costruire?
Non credo che il problema sia la tassazione in sé.
Il problema è comprendere quale modello economico vogliamo costruire per i prossimi vent’anni.
Vogliamo un’Europa capace di attrarre capitali, innovatori e aziende tecnologiche?
Oppure un’Europa che, mentre il resto del mondo investe nella rivoluzione digitale, continua a cercare nuove basi imponibili?
L’intelligenza artificiale rappresenta una delle più importanti opportunità economiche della nostra generazione.
Sarebbe un errore affrontare questa trasformazione soprattutto come una nuova occasione per aumentare il gettito fiscale.
Prima di domandarci quanto possiamo tassare un nuovo settore, dovremmo chiederci quanto valore economico possiamo creare aiutandolo a crescere.
Perché alla fine, quando aumentano i costi delle imprese, non sono necessariamente soltanto gli imprenditori a pagarne le conseguenze.
Spesso sono anche i lavoratori, i consumatori e le generazioni future.
L’Europa non dovrebbe limitarsi a cercare nuovi modi per tassare l’innovazione. Dovrebbe impegnarsi a diventare uno dei luoghi migliori al mondo in cui crearla.
Articolo di opinione. Le misure fiscali francesi e italiane citate sono proposte legislative in discussione al 2 novembre 2026 e non devono essere considerate norme definitivamente approvate.